El pueblo unido
Esce oggi il nuovo album dei 99 Posse "La vida que vendrà"

El pueblo unido

Il gruppo napoletano lancia una nuova sfida

El pueblo unido é una delle canzoni del nuovo album
del gruppo hip-hop napoletano 99 Posse, La vida que vendrà: un disco che, come spiegabene il brano degli Inti Illimani usato nel finale, parla di lotta, rivolta, ribellione, comunismo. E lo fa criticando il presente, ma soprattutto ricordando la storia, la memoria di ciò che é stato. <El pueblo unido - spiega Luca Persico, ‘0 Zulù - perché in tempi di frammentazione della sinistra, non solo quella istituzionale ma anche la sinistra dei centri sociali, volevamo ricordare il valore dell’unità, dello stare insieme in un momento così difficile, problematico, che chiede una risposta immediata».
Rispetto al penultimo cd “Corto
circuito” il nuovo é molto più deciso, duro, impegnato.
Più che di durezza parlerei di presa di posizione. In “Corto circuito” esprimevamo la nostra amarezza per essere diventati soggetti marginali, avevamo un atteggiamento molto poco propositivo. Con il nuovo album siamo tornati ad essere i vecchi 99 Posse, con uno spirito ironico e combattivo.
Che cosa é cambiato nei pochi anni che separano i due album?
La consapevolezza che molti dei diritti, conquistati con le lotte dei nostri genitori, sono stati fortemente attaccati. E’ così per la sanità e l’istruzione pubblica, per le pensioni, il mondo del lavoro. La qualità della vita di un italiano medio si é abbassata a livelli non più sopportabili, e quelli che prima erano diritti sono considerati privilegi concessi da un padrone. Si vuole cancellare la memoria di quello che in Italia é stato il comunismo, una storia secondo noi molto bella, molto importante, che non si può confondere né con D’Alema, né con i giudici, come continua a sostenere Berlusconi impunemente. E’ necessario che qualcuno spieghi che non é così, che le cose sono diverse. Negli anni 70, un giovane che iniziava ad interessarsi di politica, oltre che sui giornali e in tv, aveva la possibilità di informarsi andando per strada, nelle piazze. Dopo la parentesi triste degli anni 80, l’inizio dei 90 ha coinciso con un momento molto forte, quello delle diverse occupazioni. Oggi é tornato il buio culturale del decennio precedente, a tal punto che un disoccupato viene chiamato “braccia libere sul mercato del lavoro”.
Tutto il cd “La vida que vendrà” é attraversato da un’operazione di demistificazione del linguaggio e di denuncia della condizione lavorativa di milioni di persone.
Sul Corriere del Mezzogiorno, Enzo Mattina, ex sindacalista della Uil, ora presidente della Confinterim, ci ha attaccati dicendo che dovevamo criticare il lavoro nero invece che quello interinale, perché questo offrirebbe al lavoratore una grande forza contrattuale.
E’ una menzogna. Come si può sostenere che una persona, la cui unica forza sono le sue braccia, le stesse di milioni di persone nell’identica condizione, possa avere potere contrattuale?
Come mai si é potuti arrivare a questo, ad una situazione lavorativa che non solo sfrutta, ma uccide, come denunciate in “Povera vita mia”?
Il sindacato, in questi anni, invece che difendere i diritti dei lavoratori ha fatto gli interessi dei padroni. Tra il padrone e i lavoratori ci sono rapporti di forza che il sindacato avrebbe dovuto gestire senza pensare, come ha fatto, a trovare un accordo possibile con il grande capitale. Se veramente si volesse l’aumento dell’occupazione, basterebbe ridurre l’orario di lavoro, ampliando il numero dei contratti con tanto di contributi e di pensioni.
In “L’anguilla” attaccate non solo Fini o Berlusconi ma anche D’Alema. Qual è il vostro giudizio sul governo del centrosinistra?
D’Alema è riuscito dove non aveva potuto Berlusconi, peggiorando il sistema pensionistico, concedendo il finanziamento pubblico alle scuole private. Senza poi parlare delle responsabilità del governo D’Alema nella guerra in Kossovo, in cui si sono fatti gli interessi non del popolo, come si voleva far credere, ma degli Stati Uniti. La cosiddetta guerra umanitaria é stato il passo successivo alle bombe intelligenti, paradossi linguistici contro cui ci battiamo.
Quando in molti fanno a gara a dirsi post, ex comunisti, a rinnegare la loro storia, voi scrivete iI brano “Comuntwist”.
Abbiamo voluto stabilire un parallelo tra l’inizio degli anni 60 quando si pensava che i comunisti mangiassero i bambini, e i nostri giorni, dove - dopo tanti anni di una grande storia del comunismo italiano - si continua a demonizzarli. Volevamo spiegare non solo che i giudici o D’Alema non sono comunisti, ma anche che non sono gli imprenditori di Forza Italia a pagare ma tanti compagni, condannati ingiustamente.
Quanto hanno influito sulla vostra rinata voglia di sfida i segnali che sono arrivati da Seattle o Davos?
Molto, perché ci hanno fatto ritrovare l’ottimismo, il senso della sfida. Per quanto possano sembrare segnali deboli, timidi, esprimono con forza l’idea che le cose si possono ancora cambiare, che non é vero che tutto é già stato deciso. L’importante é far capire a uomini e donne che sono sfruttati, che quando non hai un lavoro non sei un imprenditore, ma un disoccupato. Solo così si può ricostruire quel tessuto che riporterebbe la sinistra più vicina alla realtà. Oggi nei quartieri popolari é presente la destra, anche se noi sappiamo che lo fa in maniera strumentale, perché quelli che difende veramente sono gli interessi dei padroni. E’ necessario spiegare agli abitanti del quartiere di Secondignano a Napoli o della Barona a Milano che gli immigrati non sono i loro nemici, che i nemici sono altri, mentre quelli che vorrebbero scacciare sono molto più simili a loro.
Musicalmente come avete lavorato?
Quasi esclusivamente con il computer, il campionatore e le tastiere. In questo album, come nei precedenti, c’é il contributo di molti amici con cui collaboriamo da anni. Abbiamo inoltre mescolato diversi generi: la razza pura non ci interessa neanche dal punto di vista musicale.

Angela Azzaro

LIBERAZIONE 4/5/00
giovedi 04 maggio 2000
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