99 Posse

Se qualcuno pensava che i 99 Posse, dopo il successo di “Corto circuito”, fossero pronti a ridurre il fuoco sul versante politico, la risposta si chiama “La vida que vendrà” ed é coerentemente negativa. Sul piano dei suoni e della composizione, invece, il nuovo album della formazione napoletana conferma la capacità di crescere continuamente fra elettronica e melodia, con lo sguardo al futuro, ma con la memoria sempre accesa. Loro continuano a pensarsi come un progetto politico più che musicale, ma gli strumenti che usano sanno farli suonare sempre meglio, così che i contenuti, condivisi o meno da chi ascolta, arrivino comunque a muovere qualcosa nelle coscienze.
La qualità sonora del nuovo album colpisce immediatamente per il livello abbondantemente superiore alla media delle produzioni italiane. Avete fatto un lavoro molto lungo su questo aspetto?
(Marco) “Abbastanza. Inizialmente pensavamo di essere pronti a gennaio, ma poi abbiamo preferito allungare i tempi piuttosto che uscire con un prodotto che non ci soddisfacesse appieno. Il lavoro di studio é durato otto mesi, poi abbiamo missato a Milano con Andy Hughes (ORB) e Steve Lyons (Cure, Depeche Mode, Tears for Fears) e siamo andati a masterizzare a Londra. La media di cui parli non è molto alta perché queste sono cose che costano e molti gruppi italiani, anche validissimi, spesso non hanno la forza contrattuale necessaria per convincere una casa discografica ad affrontare certi investimenti. (Luca) Noi abbiamo avuto la possibilità di porre certe condizioni, perché non siamo mai stati interessati a diventare delle star musicali e quindi non siamo ricattabili dall’industria.”
Però dietro a voi, oggi non c’é più una grande scena. Non vi sentite un pò isolati?
(Luca) “E' una condizione di fatto, ma non la viviamo con amarezza. Siamo consapevoli di essere una mosca bianca, ma noi siamo partiti come progetto politico e questa consapevolezza ci rende differenti dai musicisti e basta. Non ci sentiamo certo di criticare quelli che non hanno il prezzo imposto, però noi il CD lo vendiamo a 29.900 lire e insieme ad Assaltifrontali, siamo l‘unico gruppo di un certo livello i cui concerti si possono vedere non spendendo più di 15.00l 0 lire, perché ci sono dietro scelte politiche precise.”
Il successo di “Corto circuito” vi ha in qualche modo posto dei problemi rispetto al modo di comunicare con un pubblico più ampio rispetto alla vostra base “storica”?
(Luca) “Problemi sinceramente no. Certo, eravamo consapevoli di aver allargato il bacino d’utenza e c’é stata una riflessione su questo. Con Meg, la cui presenza ormai è determinante anche nel modo di scrivere, che é cambiato rispetto al passato, abbiamo lavorato insieme alla stesura dei testi, a quello che volevamo dire, a come dirlo, pensando bene anche a chi rivolgerci. Comunicare con gente che non necessariamente ha la nostra stessa cultura è indispensabile, visto che i mezzi di comunicazione sono in mano alla destra e la gente ne é influenzata negativamente, ma questo non significa edulcorare i contenuti, anzi: il linguaggio dev’essere diretto e chiaro. (Marco) Quello che abbiamo notato spesso é che molti ragazzi con cui parliamo ai nostri concerti ci chiedono chiarimenti su cose che diciamo, riferimenti che a loro sfuggono, perché spesso sono a digiuno di quelle informazioni e di quella cultura che hanno fatto di noi quello che siamo.”
E’ per questo che avete messo in piedi il progetto del cd-rom edito da Cuore e allegato al libro con tutti i vostri testi?
(Marco) “Sì, in realtà il progetto risaliva al periodo di “Corto circuito”. La pubblicazione é slittata perché non trovavamo nessuno che volesse stampare il libro e CD-ROM insieme. Abbiamo avuto bisogno di tempo per cercare un editore. Il CD-ROM sarà una specie di enciclopedia della controcultura, con riferimenti storici e informazioni sulla lotta di classe, i centri sociali, e così via."
In questo album riproponete una versione “aggiornata” di “El pueblo unido” degli Inti Illimani, che spesso eseguivate dal vivo ma che non avevate mai inciso finora. E' difficile oggi mantenere il “filo rosso” della canzone politica rispetto ad un passato molto cantautorale? (Marco) “Con tutto il rispetto per i cantautori, che hanno rappresentato molto in questo senso io sono uno di quelli che non è mai riuscito a sentirsi “La locomotiva” per intero, benché abbia grande stima di Guccini. Sicuramente preferisco il cantautore con la chitarra agli Aqua, ma il mio riferimento del passato nell’ambito della canzone politica erano piuttosto gli MC5. Comunque il linguaggio che usi dipende anche dal periodo in cui vivi: i mezzi tecnici e i suoni che puoi produrre oggi sono diversi da quelli del passato. E’ una differenza che vediamo addirittura in noi stessi, in quello che facciamo oggi rispetto a quello che facevamo solo qualche anno fa. A risentire “Cerco tiempo” quasi mi vergogno del mio lavoro di allora, ma nessuno di noi era un musicista professionista, quello che sappiamo fare oggi l‘abbiamo imparato negli anni, magari passando il tempo sul computer, sugli strumenti, invece di andare al mare, per cercare di crescere, di imparare delle cose che ci permettessero di esprimerci meglio. Comunque il modo conta poco se non hai niente da dire e io spero che ci scioglieremo prima che questo accada a noi. Sarebbe insopportabile vederci nei panni di quei gruppi che fanno il verso a se stessi, offendendo la memoria dei bei dischi fatti in precedenza.”


Federico Fiume

AUDIOREVIEW - 6/00