BOICOTTA LE MULTINAZIONALI

BOICOTTA LA DANONE

Come si aumentano i dividendi e un già cospicuo utile di 1400 miliardi nell'anno 2000? Come si trova la liquidità per rafforzare la propria posizione di primo produttore mondiale di biscotti e secondo imbottigliatore al mondo di acque minerali? Elementare, licenziando. Milleottocento lavoratori a casa. Il titolo sale, i manager brindano. Ma, da Calais, le 500 famiglie di operai che avrebbero dovuto perdere il posto hanno lanciato il boicottaggio, trovando un alleato nell'amministrazione comunale, che ha ritirato i prodotti Danone dalle mense scolastiche. Altri comuni francesi si sono uniti, e Attac ha raccolto l'appello, che ha passato le Alpi, arrivando in Italia, dove Danone è presente in modo massiccio. Gli italiani la Danone se la mangiano, quando comprano prodotti Saiwa o Galbani, ma soprattutto se la bevono, attraverso le bollicine della Ferrarelle. Contro la mano "invisibile" del mercato, la mano visibile del consumatore, che sullo scaffale del supermercato sceglie non in base al prezzo o al richiamo calcistico-pubblicitario. E si stacca dalla bottiglia per protestare contro la voracità del colosso.

Industriali francesi contro il governo
Gli industriali francesi invocano il "principio di non ingerenza" e chiedono al governo Jospin di "smetterla di intervenire nelle contese industriali", come quella della Marks&Spencer e quella Danone. In particolare gli industriali accusano Jospin di appoggiare il boicottaggio lanciato dai lavoratori dello stabilimento di Calais e adottato da Attac. Sul fronte delle proteste, invece, dal sito di Indymedia Francia (www.france.indymedia.org) arriva una nuova idea: usare i numeri verdi della multinazionale per recapitare messaggi di protesta contro i licenziamenti. I numeri verdi si trovano sull'etichetta di ogni prodotto Danone: non comprate i prodotti per leggere i numeri, se andate al supermercato appuntateveli su un foglio di carta.
Un altro sito sul quale si possono trovare dettagliate informazioni sull'assetto proprietario della Danone e sul passato di questo colosso dell'industria alimentare mondiale è www.transnationale.org, in francese.

Chi è la Danone [dalla Guida al consumo critico del Cnms]
Il Centro nuovo modello di sviluppo di Pisa, coordinato da Francesco Gesualdi, pubblica ogni anno la Guida al consumo critico [edizioni Emi], che raccoglie informazioni riferite a 170 gruppi italiani ed esteri presenti con i loro prodotti nei supermercati italiani.
Tra questi, naturalmente, trova spazio anche il Gruppo Danone, di cui vi proponiamo una sintesi del testo contenuto nella guida.
Multinazionale alimentare di origine francese, il Gruppo Danone è presente oggi in 27 paesi. Sorta nei primi anni Sessanta come produttrice di contenitori di vetro, nel giro di una quindicina di anni è divenuta una dei colossi mondiali dell'alimentare e delle bevande. La proprietà del gruppo è frammentata fra oltre 140 mila azionisti, i principali dei quali sono i banchieri Lazard, la famiglia Agnelli e la società di assicurazione Axa.
La produzione del gruppo Danone è costituita da: latticini e prodotti freschi, settore in cui è leader mondiale, acque e altre bevande, ma anche biscotti, pasta, salsa e contenitori in vetro.
Negli ultimi anni è diventata leader nelle acque minerali negli Stati uniti [secondo operatore dopo la Nestlè], in Argentina, in Cina, e in Indonesia.
Nel marzo dello scorso anno ha lanciato, insieme alla Nestlè, il primo supermercato on-line per i prodotti di largo consumo delle due aziende. Ha un accordo strategico mondiale con Coca-Cola per la produzione e la commercializzazione di succhi di frutta.
In Italia Danone opera attraverso varie società: Danone, Egidio Galbani, Gelaz, Italaquae, Saiwa, Sorgente Santagata, Birra Peroni.
Danone fa parte di EuropaBio, un'associazione che raggruppa le industrie con interessi nel settore delle biotecnologie, il cui scopo è di intervenire a tutti i livelli per legittimarne l'impiego.
Da vari anni gli stabilimenti della sua controllata inglese HP Foods inquinano gravemente l'ambiente circostante [secondo l'associazione ambientalista"Hall of shame", la HP Foods occupa il settimo posto nella graduatoria delle imprese manifatturiere inglesi più inquinanti].
Per quanto riguarda i diritti dei lavoratori dipendenti, la strategia della Danone ha previsto negli ultimi anni una graduale chiusura degli stabilimenti meno redditizi e l'accorpamento dei piccoli, e la riduzione del personale. Nonostante nel 1996 e nel 1997 avesse firmato col sindacato internazionale due accordi che la impegnavano a informare i sindacati ed a concordare con essi i piani di ristrutturazione, nel giugno 1998, si è aperto un grave scontro in Francia in occasione della ristrutturazione dello stabilimento di Sant-Meloin.

L'impero delle bollicine
[dal numero 17 di “Carta”]
Naturale o gassata è comunque un grosso affare: in tutta Italia cinquemila miliardi. Duemila vanno in Lombardia, dove la regione incassa 260 milioni dalle concessioni e spende 40 miliardi per raccogliere le bottiglie di plastica, Due multinazionali bloccano la legge di Rifondazione. Dalla lotta degli operai della San Pellegrino allo scontro con la Nestlé.
Nel 2000 ci siamo bevuti 5 mila 500 miliardi, titolerebbe un qualsiasi giornale parlando del mercato delle acque minerali in Italia. E andrebbe avanti sciorinando statistiche sulle marche più gettonate e sui consumi pro-capite, magari divisi per regione. Ciò che non direbbe un giornale qualsiasi è che le acque minerali sono considerate dalla legge [la numero 36 del 1994] un patrimonio indisponibile delle regioni, che dovrebbero regolamentare lo sfruttamento delle fonti "salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future".
Dei 5 mila 500 miliardi, circa 2 mila sono finiti ad aziende che hanno concessioni in Lombardia, una delle regioni italiane a più alta densità di fonti minerali. E di quei 2 mila miliardi, la regione ha incassato 260 milioni, pari a 0,03 lire al litro.
"Tutto è partito dalla lotta degli operai della San Pellegrino - racconta il consigliere regionale lombardo di Rifondazione Comunista Ezio Locatelli - ragionando su come risolvere il problema, ci siamo accorti di una situazione assolutamente paradossale". Ecco il paradosso: la legge regionale lombarda del 1980 regola il prezzo delle concessioni sulla base della superficie della concessione stessa, a 50 mila lire l’ettaro o frazione di ettaro. Totale, su 33 concessioni, divise per 24 società o aziende, l’incasso è, appunto, di 260 milioni.
Ma c’è anche un secondo paradosso. La regione spende alcune decine di miliardi per smaltire le bottiglie di plastica di quelle stesse aziende. Rifondazione ha protestato, ha occupato l’assessorato regionale all’ambiente e ha presentato una proposta di legge regionale per modificare il parametro di calcolo della concessione, tenendo conto della quantità di acqua pompata dalle sorgenti.
La proposta di legge regionale, nata anche grazie alle assemblee nei comuni interessati alle concessioni, affronta la situazione in modo organico, delineando una politica di gestione delle acque minerali che finora è mancata. "Prevediamo, come base di discussione, di chiedere una lira per ogni litro di acqua estratto, il che porterebbe nelle casse regionali alcuni miliardi, anziché poche centinaia di milioni. Ma questo costo può scendere se le imprese investono in occupazione, uso del vetro al posto del Pet, e riduzione degli sprechi. Oggi vengono estratti circa 8 miliardi di litri d’acqua, ma ne vengono imbottigliati e venduti solo 2 miliardi e mezzo. Quasi 6 miliardi di litri vanno sprecati, e non sappiamo esattamente come evitarlo, visto che le aziende non hanno nessuna convenienza a migliorare i sistemi di pompaggio".
Nel 1998 l’assemblea regionale ha modificato la legge del 1980, prevedendo "un diritto posticipato con scadenza semestrale proporzionale alla quantità di acqua imbottigliata". Contro questa disposizione, alcune aziende hanno fatto ricorso al Tar che ha investito della cosa la Corte costituzionale, visto che, secondo i legali delle aziende, la Regione ha imposto una tassa eccedendo dalle sue competenze. "Si è trattato di un gioco delle parti - accusa Locatelli - il testo varato era chiaramente inapplicabile".
"Non vogliamo pagare per quello che estraiamo, perché imbottigliamo solo quello che siamo in grado di vendere" ha detto il presidente di Mineracqua, l’associazione delle aziende, intervistato da Report, il programma televisivo di inchieste di Milena Gabanelli, "Vogliamo pagare quello che stabilisce la legge, ma una legge nazionale", In attesa della sentenza della Corte costituzionale, tutto è fermo e i profitti crescono.
Crescono perché il mercato cresce: dal 1999 al 2000 c’è stato un aumento del 4 per cento dell’acquisto di acque minerali. Ma cresce anche perché le aziende di riorganizzano, si fondono, si addizionano, e così ben il 35,6 per cento del mercato nazionale [dati Iri-Infoscan, 1997] è controllato dalla multinazionale svizzera Nestlé.
La Nestlé era già presente sul mercato italiano con alcuni marchi controllati attraverso la Perrier, ma ha rafforzato la sua posizione, ora dominante, a partire dal 1994, con la nascita della Compagnie financiere du Haut Rhin, una holding con sede in Lussemburgo. La Cfrh nacque nel 1994 [istruttoria dell’autorità garante per la concorrenza e il mercato C1207] dalla fusione della San Pellegrino con la Garma [Levissima e altre acque] e grazie a un contemporaneo aumento di capitale sottoscritto da un ramo della Nestlé. Dal 1997, la multinazionale svizzera controlla, direttamente e attraverso il solito gioco di scatole cinesi di holding e compagnie, il 100 per cento del gruppo San Pellegrino, la fetta più grossa del mercato. All’antitrust dal 1994 non si sono più occupati di acque minerali, e sono in attesa di comunicazioni dall’ufficio del commissario europeo per la concorrenza, Mario Monti, che sarebbe stato informato degli ultimi travasi di azioni.
La legge regionale proposta da Rifondazione è scomoda tanto che nel ricorso al Tar si sono alleate la San Pellegrino e la Bsn-Danone [altra multinazionale] che controlla, attraverso la Italaquae [Boario, Igea e altre], un altro 16,9 per cento del mercato nazionale. "Si è rotto il rapporto che le acque minerali avevano con il territorio - dice Locatelli - a vantaggio dei grandi gruppi e a scapito non solo dei cittadini, ma anche delle aziende più piccole". Confrontando i dati dell’antitrust, con quelli di Rifondazione, si vede che la quota di mercato delle aziende "altre" cioè quelle fuori dai grandi gruppi, dal 1994 al 1997 è passata dal 34,9 al 16,3 per cento. Il giornale qualsiasi direbbe, a questo punto che, come al solito, si dà la colpa alle multinazionali…

Si ringrazia per i materiali il settimanale “Carta”