BENETTON
E LO SFRUTTAMENTO
Quando lo scorso anno decidemmo di diffondere sul nostro territorio il comunicato
del gruppo anarchico argentino "Aukache", sulla colonizzazione patagonica
da parte del gruppo Benetton, non immaginavamo affatto gli sviluppi di questa
campagna contro la multinazionale italiana. Per la prima volta si è riusciti
ad intaccare, con i fatti, l'immagine a cui tanto tiene. Non più, come
nel passato, pubbliche denunce contro la così detta "pubblicità
shock" che solo servivano ad amplificare a dismisura lobiettivo unico
del gruppo veneto: il profitto. No, questa volta sono venute alla luce tutte
le odiose caratteristiche di una multinazionale, questa volta non si è
potuta rifugiare nel "look progress" che la caratterizza. Non tutto
è merito nostro, ci mancherebbe ma una sequela di circostanze, dei compagni
di strada e la nostra caparbietà hanno dato il risultato sperato.
Premettiamo, da subito, che non c'è molto da gioire. Benetton, così
come le altre multinazionali, continua ad esistere e ad ingigantirsi con investimenti
nei settori più svariati. Il riquadro che riportiamo risale al 1997.
Da allora ha fatto degli enormi "progressi" (dal suo punto di vista)
tentando di entrare nel mondo delle telecomunicazioni, aumentando la presenza
nella grande distribuzione e acquisendo enormi aree dismesse (ferroviarie o
aeroportuali) e così via. Ma, lo ripetiamo, questo primo attacco ha dato
i suoi frutti. Assieme alle denunce lanciate dall'organizzazione mapuche-tehuelche
"11 de octubre", sullo sfruttamento dei "peones mapuches"
nelle aziende Benetton per la produzione di lana, è scoppiato il caso
Turchia.
Attraverso uno scoop giornalistico da parte de "Il Corriere della Sera"
(certamente non in buona fede; noi i pennivendoli continuiamo a non amarli)
si è venuti a conoscenza del sistematico sfruttamento dei bambini, spesso
curdi, nella fabbrica del fornitore Benetton in Turchia. I nostri amici dell'Osservatorio
Benetton hanno collegato questi due fatti a quello che da sempre è il
marchio del gruppo veneto: il vero e proprio sfruttamento presente nei tanti
laboratori del nostro centro-sud che lavorano a cottimo per questa e per le
altre grandi firme della moda italiana. Segnaliamo le gravi carenze igieniche,
il vecchio fenomeno del "fuoribusta", il licenziamento delle ragazze
incinte, gli incentivi prodottivi che, in pratica, costringono le lavoratrici
a turni sempre più massacranti. Il tutto sotto il ricatto di quello che
Luciano Benetton chiama "decentramento produttivo", ossia il trasferimento
della produzione nei paesi dell'Europa orientale, dove un lavoratore costa meno,
molto meno di 100 dollari al mese.
Tutte queste denunce hanno costituito il materiale di un paio di dossier che
molto hanno infastidito Luciano e compagnia. Tralasciamo le insulse farneticazioni
di Oliviero Toscani, "il libertario" - come ama definirsi -, che ha
la sola funzione del pagliaccio di corte, lui e tutti gli (ehm...) artisti-buffoni
della "Fabrica". No, ciò che si è riusciti a mettere
in discussione è, in fondo io fondo, lo stesso miracolo capitalistico
del nord-est, quello che tanto piace alla sinistra alternativa. Non è
un caso che lo stesso Toni Negri, quand'era ancora in Francia, arrivò
a lodare lo stile Benetton e non è un caso che il "decentrarnento"
si avvicina abbastanza a quelle teorizzazioni pseudo-autogestionarie care all'interno
del pianeta non-profit. Il gruppo Benetton, al solito, ha reagito come in altre
occasioni. Ha cercato di trarre profitto, dopo aver incassato il colpo, con
un rilancio della sua immagine. In Turchia ha comprato i sindacalisti, non senza
aver fatto licenziare quello che più s'era esposto, e ha avviato la "clean
production", accordo di facciata per tener fuori i bambini dalla fabbrica.
In Patagonia sta cercando di dividere le comunità mapuches tra di loro,
con regalie varie.
Ricordiamo che il lavoro nei possedimenti del gruppo rappresenta l'unica fonte
di sussistenza per questo popolo originario privato del suo territorio. Ancor
più ipocrita e la campagna d'immagine avviata in Italia. Da noi ha sponsorizzato
alcune organizzazioni non governative che sono andate in Albania durante la
guerra nel Kosovo. Al contempo ha cercato di influenzare, diciamo pilotare,
una serie di articoli su pubblicazioni attente alle violazioni dei diritti umani,
lavorativi e ambientali con delle grandi menzogne. Ad esempio quella secondo
la quale ha riconosciuto i diritti delle comunità mapuches, avvalorata
dal coglione "quechua" di turno: "Dopo due anni di lotta, la
multinazionale di Treviso ha riconosciuto i diritti di questa comunità
e contribuirà economicamente a migliorare le poche infrastrutture abitative,
scolastiche e sanitarie di cui dispone" (José Flores su "Erba"
del marzo '99).
L'unica cosa che i mapuches chiedono a questa e a tutte le multinazionali che
li stanno sfruttando (una per tutte Endesa Espana) è di andarsene via
dal loro territorio ancestrale! Noi anarchici/che della Campagna anti-Benetton
(che "il Manifesto" ci ha scambiati per "indios") oltre
ad appoggiare la lotta libertaria di questo popolo originario, continueremo
nel nostro impegno contro tutte le multinazionali, assolutamente incompatibili
con il nostro percorso rivoluzionario. Salutiamo con gioia, pertanto, lincendio
di un negozio Benetton avvenute ad Atene negli scorsi mesi, così come
gli attacchi semplici e ripetibili, ai danni di due rivendite del gruppo, a
Trieste. Lo stesso, registriamo con piacere lattacco incendiario ai danni
di una concessionaria FIAT a Madrid a pochi giorni dal processo di Malaga.
Hanno voluto la globalizzazione, che ne paghino le conseguenze!
Come dicono i Mapuches prima di ogni azione:
MARICHI WEU!! MARICHI WEU!! (dieci volte vinceremo)
tratto da: "Il Brigante" estate '99